I mercati dei derivati emotivi: come il consenso diventa un asset e chi paga il conto
I mercati dei derivati emotivi: come il consenso diventa un asset e chi paga il conto
L’osservatorio neuroeconomia.it propone in questo articolo un modello interpretativo che chiama Derivato Emotivo, costruito sull’analogia strutturale tra il funzionamento dei derivati finanziari e il funzionamento di alcune dinamiche politiche e sociali contemporanee.
Cos’è un derivato emotivo e qual è il suo mercato
Un Derivato Emotivo è una promessa politica che trasforma la paura o la frustrazione di milioni di persone in potere d’azione, per chi quella promessa la fa.
Chi aderisce paga con la propria fiducia e il proprio consenso, chi riceve quel consenso lo spende per compiere azioni concrete il cui costo economico reale ricade inizialmente su soggetti terzi, spesso molto lontani da chi ha aderito alla promessa, ma che col tempo torna a colpire indirettamente anche l’economia di chi ha sottoscritto il derivato sotto forma di inflazione, instabilità dei mercati e ritorsioni commerciali. Il mercato in cui tutto questo avviene è lo spazio pubblico, mentre la valuta è il consenso in entrata e l’economia mondiale in uscita.
Il modello descrive la struttura di questo scambio, le sue fasi, le condizioni in cui regge e quelle in cui collassa, attraverso l’osservazione di un caso di studio contemporaneo e la sua applicazione ai cicli politici di Stati Uniti, Europa e Italia.
Indice
Il consenso come operazione finanziaria
Tra il 2024 e il 2025 la politica estera americana ha seguito una traiettoria che, osservata con gli strumenti dell’analisi politica tradizionale, appare come una serie di mosse separate, la pressione sul Venezuela di Maduro, la retorica annessionista verso il Canada, l’escalation dei dazi commerciali, la tensione crescente con l’Iran, e ogni episodio è stato commentato nel merito specifico valutando alleanze, interessi strategici, equilibri regionali, mentre la struttura comune che lega queste operazioni tra loro e soprattutto il meccanismo che le ha rese tutte possibili è rimasto in secondo piano.
La campagna “Make America Great Again” (MAGA) ha raccolto negli anni un’adesione di massa costruita intorno alla percezione di un declino americano e alla promessa della sua inversione, che ha funzionato più del normale consenso elettorale, perché la promessa contenuta nello slogan era deliberatamente ampia, priva di un oggetto specifico e di una scadenza verificabile, il che significava che qualsiasi azione successiva poteva essere presentata come coerente con il mandato originario e un elettore che aveva sottoscritto l’idea del ritorno alla grandezza americana poteva accogliere con la stessa coerenza percepita una guerra commerciale con il Canada o una pressione militare sull’Iran, perché entrambe si inserivano nella medesima cornice emotiva già accettata.
Una dinamica che somiglia, nella sua struttura, a un’operazione finanziaria specifica, dove il consenso raccolto attraverso MAGA ha funzionato come la sottoscrizione di un prodotto derivato il cui sottostante è un’emozione collettiva, la frustrazione per il declino percepito, il prezzo pagato è la fiducia e la delega politica concessa, il rendimento promesso è la sensazione che qualcuno stia agendo per invertire quel declino, e come in ogni derivato chi sottoscrive sta comprando una promessa legata a un bene il cui valore dipende interamente dalla credibilità di chi l’ha emessa.
Anatomia di un derivato emotivo
Il caso americano permette di isolare le componenti di un meccanismo che, una volta riconosciuto, si rivela presente in molti altri contesti politici ed economici contemporanei e che può essere descritto come un derivato emotivo, una promessa collettiva che trasforma un’emozione diffusa in un asset spendibile attraverso una sequenza di passaggi ricorrente.

Il primo passaggio è l’individuazione di un’emozione collettiva già presente nella popolazione, tipicamente una paura, una frustrazione o un senso di perdita che esiste in forma dispersa e priva di direzione, il che la rende particolarmente disponibile a essere raccolta e organizzata da chi offre una spiegazione e una promessa di risoluzione. Nel caso MAGA l’emozione sottostante era il declino economico e identitario percepito dalla classe media americana, alimentato da decenni di delocalizzazione industriale, stagnazione salariale e cambiamento demografico che avevano generato una domanda di risposta politica largamente inevasa dalle offerte tradizionali di entrambi i partiti.
Il secondo passaggio è la confezionatura della promessa, il momento in cui un attore politico, economico o mediatico prende quell’emozione dispersa e le dà una forma comunicabile, assegnandole una causa identificabile, un colpevole, una traiettoria temporale e soprattutto una promessa di inversione. Il derivato emotivo funziona tanto meglio quanto più la promessa resta ampia e difficile da verificare, perché una promessa troppo specifica crea aspettative verificabili e quindi una scadenza ravvicinata, mentre una promessa ampia e identitaria come “rendere di nuovo grande l’America” funziona come un contenitore capace di ospitare qualsiasi azione futura senza mai risultare tecnicamente tradita.
Il terzo passaggio è la sottoscrizione collettiva, il momento in cui una massa sufficiente di persone accetta la promessa e cede in cambio qualcosa di reale, consenso politico, tolleranza verso azioni che in altri contesti non accetterebbe, semplificazione del proprio giudizio critico e spesso anche deterioramento delle proprie relazioni sociali con chi rifiuta la stessa promessa. Il prezzo pagato dal singolo sottoscrittore appare modesto e perfino gratificante, perché aderire a una promessa che offre riscatto produce un beneficio emotivo immediato, ma il prezzo aggregato di milioni di sottoscrizioni è un capitale politico enorme che si concentra nelle mani di chi ha emesso il derivato.
Il quarto passaggio, quello che distingue il derivato emotivo dal semplice consenso politico, è la conversione di quel capitale emotivo in capacità operativa reale. Il consenso raccolto diventa un asset che l’emittente può spendere per compiere azioni con costi concreti, sapendo che la base che ha sottoscritto il derivato interpreterà quelle azioni come coerenti con la promessa ricevuta e continuerà a fornire copertura politica. La delega implicita contenuta nel derivato emotivo è tanto più ampia quanto più la promessa originaria era vaga, il che spiega perché le promesse più efficaci in termini di derivato emotivo sono sempre quelle identitarie e mai quelle programmatiche.
Il meccanismo di escalation
La sequenza di operazioni geopolitiche della seconda presidenza Trump illustra con chiarezza come un derivato emotivo, una volta costituito e sottoscritto da una base sufficientemente ampia, generi una dinamica di escalation che si auto-alimenta.
La prima operazione della serie è stata la pressione sul Venezuela di Maduro, un obiettivo che presentava caratteristiche ideali per testare la capacità di carico del derivato emotivo perché si trattava di un paese lontano dal quotidiano dell’elettore medio americano, governato da una figura già largamente screditata nella percezione pubblica statunitense, con costi interni praticamente nulli per la base che aveva sottoscritto la promessa MAGA. L’operazione ha funzionato come un primo prelievo sul conto del consenso raccolto, un prelievo piccolo che serviva soprattutto a verificare che il conto fosse attivo e che la base rispondesse con approvazione o almeno con indifferenza tollerante.
Il passaggio successivo verso il Canada ha rappresentato un salto qualitativo perché il bersaglio era un alleato storico, un partner commerciale integrato nell’economia americana fino al livello delle singole catene di fornitura, eppure la retorica annessionista e la pressione sui dazi hanno incontrato nella base MAGA una ricezione analoga a quella dell’operazione venezuelana, il che ha dimostrato che il sottostante emotivo era abbastanza robusto da sostenere operazioni il cui costo potenziale era molto più alto. Ogni operazione riuscita, intesa come ogni operazione che l’emittente compie senza perdere consenso interno, rafforza il derivato perché conferma alla base che la promessa sta producendo risultati visibili, che qualcuno sta davvero agendo per invertire il declino percepito, e che la fiducia concessa era giustificata.
L’escalation verso l’Iran segna un ulteriore livello perché introduce la possibilità di un costo radicalmente diverso da quello economico, il costo militare e umano, eppure anche in questo caso la struttura del derivato emotivo lavora nella stessa direzione, dato che la base che ha già accettato i passaggi precedenti si trova in una posizione psicologica in cui contestare l’operazione successiva significherebbe mettere in discussione retroattivamente tutte le precedenti e quindi l’intera promessa sottoscritta. Il costo cognitivo di uscire dal derivato aumenta ad ogni gradino perché uscire significa ammettere che i costi già pagati erano ingiustificati, un meccanismo che nella finanza comportamentale si chiama sunk cost fallacy e che nel contesto dei derivati emotivi coinvolge anche l’immagine di sé, le appartenenze di gruppo e le relazioni personali sacrificate nel corso dell’adesione, il che rende l’uscita molto più costosa rispetto all’abbandono di un semplice investimento finanziario.
La scala cresce necessariamente perché il derivato emotivo ha bisogno di rendimento continuo per mantenere il suo valore percepito, esattamente come un fondo che promette rendimenti elevati deve continuare a generarli per evitare i riscatti. Un leader che ha costruito il proprio consenso sulla promessa di azione deve continuare ad agire, e poiché ogni azione precedente ha alzato l’asticella delle aspettative l’azione successiva deve essere più ambiziosa per produrre lo stesso livello di rendimento emotivo nella base, generando una spirale ascendente che si ferma solo quando incontra un limite esterno o quando il costo interno supera la capacità compensativa della promessa.
La distribuzione asimmetrica del costo
La caratteristica strutturale più rilevante del derivato emotivo è la separazione tra chi lo sottoscrive e chi ne sostiene il costo reale, una separazione che nel caso americano si manifesta con particolare evidenza perché le operazioni rese possibili dal consenso interno producono conseguenze economiche che ricadono in larga misura al di fuori dei confini nazionali.

Una guerra commerciale condotta attraverso dazi generalizzati altera le catene di fornitura globali, aumenta i costi di produzione per le imprese che operano su mercati integrati, destabilizza le valute dei paesi colpiti e produce inflazione importata in economie che non hanno avuto alcuna voce nella decisione. I partner commerciali degli Stati Uniti, dal Canada al Messico fino all’Unione Europea e alla Cina, si trovano a subire le conseguenze di un’operazione la cui motivazione primaria è il mantenimento di un consenso interno costruito su una promessa emotiva, il che significa che il costo economico reale viene pagato in prevalenza da soggetti che si trovano completamente al di fuori della transazione originaria tra l’emittente del derivato e la sua base.
L’asimmetria nella distribuzione del costo è ciò che rende il derivato emotivo particolarmente sostenibile nel breve periodo, perché la base che lo ha sottoscritto percepisce i benefici emotivi della promessa mentre i costi reali restano lontani dalla sua esperienza quotidiana, dato che si manifestano sotto forma di prezzi leggermente più alti, rallentamenti economici diffusi, instabilità di mercati lontani, tensioni diplomatiche che il cittadino medio registra come rumore di fondo piuttosto che come conseguenza diretta della propria adesione alla promessa originaria.
Il meccanismo funziona in modo analogo a quello di un prodotto finanziario il cui rischio viene trasferito fuori dal bilancio dell’emittente attraverso strumenti di cartolarizzazione, dove chi ha confezionato il prodotto e chi lo ha comprato hanno già concluso la loro transazione mentre il rischio sottostante continua a circolare nel sistema fino a depositarsi nei punti più deboli della catena. Nel caso dei derivati emotivi i punti più deboli sono le economie più esposte al commercio internazionale, i paesi con minore capacità negoziale, i mercati emergenti la cui stabilità dipende dall’ordine commerciale che le operazioni dell’emittente stanno alterando.
Il costo tuttavia filtra anche all’interno, con un ritardo temporale che è parte integrante della struttura del meccanismo. I dazi producono inflazione anche nel paese che li impone, le ritorsioni commerciali colpiscono settori esportatori domestici, l’instabilità dei mercati finanziari globali si trasmette ai portafogli dei risparmiatori americani, e quando questi effetti cominciano a diventare percepibili per la base che ha sottoscritto il derivato il meccanismo entra nella sua fase di stress, quella in cui il rendimento emotivo della promessa deve compensare un costo che adesso è diventato visibile e personale.
La fase di stress del meccanismo
Ogni derivato emotivo entra in una fase di stress quando il costo delle operazioni che ha reso possibili comincia a ricadere anche sulla base che lo ha sottoscritto, perché a quel punto la promessa deve compensare qualcosa di diverso rispetto alla fase iniziale, dove bastava offrire rendimento emotivo a fronte di un prezzo percepito come quasi nullo, mentre adesso deve giustificare un prezzo che il sottoscrittore sente nella propria vita quotidiana sotto forma di prezzi più alti al supermercato, posti di lavoro a rischio nei settori colpiti dalle ritorsioni commerciali, rendimenti in calo nei propri risparmi.
La fase di stress si riconosce da alcuni segnali ricorrenti. Il primo è l’accelerazione della produzione di nuove promesse da parte dell’emittente, che ha bisogno di generare nuove operazioni visibili per mantenere il rendimento emotivo della base in un momento in cui quel rendimento deve competere con un costo percepito crescente. Il secondo segnale è lo spostamento del bersaglio verso nemici più grandi o più urgenti, perché un nemico più minaccioso giustifica costi più alti e permette di presentare quei costi come sacrifici necessari piuttosto che come conseguenze di scelte discutibili. Il terzo segnale è l’aumento della pressione interna verso chi contesta la promessa, perché in fase di stress il dissenso diventa più pericoloso per la tenuta del derivato e la risposta dell’emittente tende a irrigidirsi.
Il meccanismo può evolvere in due direzioni a partire dalla fase di stress:
La prima è il rolling, un termine che nella finanza dei derivati indica il rinnovo del contratto a una nuova scadenza, e che nel contesto dei derivati emotivi corrisponde al momento in cui l’emittente rinegozia implicitamente la promessa originaria sostituendola con una nuova promessa di orizzonte più ampio o di contenuto diverso, mantenendo la base agganciata attraverso una ridefinizione delle aspettative che permette di ricominciare il ciclo di accumulo del consenso su basi parzialmente diverse.
La seconda direzione è il collasso, che si verifica quando la distanza tra il costo percepito internamente e il rendimento emotivo della promessa supera la soglia di tolleranza della base e la fiducia nell’emittente cede, un cedimento che tende a essere improvviso piuttosto che graduale perché la fiducia in una promessa identitaria funziona in modo binario, si mantiene finché regge il frame interpretativo complessivo e poi crolla tutto insieme quando quel frame si rompe, trascinando con sé la credibilità dell’intera sequenza di operazioni precedenti.
Il collasso di un derivato emotivo produce, in chi lo aveva sottoscritto, una condizione più profonda della delusione elettorale ordinaria, perché il prezzo pagato nel corso della vita del derivato comprendeva componenti identitarie e relazionali, rapporti personali deteriorati, semplificazioni cognitive interiorizzate e appartenenze di gruppo che avevano ridefinito l’immagine di sé, il che significa che il costo del collasso comprende anche la necessità di rielaborare la propria posizione rispetto a tutto ciò che era stato accettato durante la fase di adesione.
Dopo il default: la riapertura del mercato
Chi ha aderito alla promessa e ne ha pagato il prezzo in termini di fiducia concessa, relazioni deteriorate, semplificazione del proprio giudizio critico e spesso anche costi economici diretti si trova esposto alla stessa emozione che aveva generato la domanda originaria, la frustrazione, la paura del declino, il senso di ingiustizia subita, con l’aggravante che adesso quell’emozione è amplificata dalla delusione per la promessa mancata e dalla consapevolezza più o meno esplicita di aver pagato un prezzo reale per qualcosa che alla fine si è rivelato insufficiente, una condizione che genera immediatamente una nuova domanda di copertura emotiva perché il soggetto che esce dal collasso di un derivato si trova in una posizione di maggiore vulnerabilità rispetto a quella in cui si trovava prima di sottoscriverlo, esattamente come un investitore che ha perso il proprio capitale in un prodotto finanziario rischioso si trova più esposto di prima al rischio che voleva coprire e contemporaneamente più bisognoso di una nuova copertura.
Il mercato dei derivati emotivi si riapre quasi automaticamente dopo ogni collasso, con una domanda più urgente e meno selettiva rispetto alla fase precedente. La nuova domanda tende a orientarsi verso offerte di segno opposto rispetto al derivato collassato, perché la delusione scredita la direzione specifica della promessa mancata ma lascia intatta la struttura della domanda sottostante. Se il derivato collassato prometteva grandezza attraverso l’aggressività estera il nuovo derivato tenderà a promettere sicurezza attraverso il ritiro o la cooperazione, se prometteva ordine attraverso l’autoritarismo il successivo tenderà a promettere libertà attraverso l’apertura, in una oscillazione che assomiglia a quella dei cicli economici dove ogni espansione eccessiva genera una contrazione e ogni contrazione genera le condizioni per la successiva espansione.
La controparte che emette il nuovo derivato è quasi sempre diversa dalla precedente, perché il collasso ha screditato l’emittente originario insieme alla sua promessa, ma il meccanismo di fondo resta identico nella struttura, un attore individua l’emozione collettiva disponibile, la confeziona in una nuova promessa, raccoglie consenso in cambio di delega e converte quel consenso in capacità operativa. Il contenuto della promessa cambia, la grammatica della transazione resta la stessa, e questa permanenza strutturale è ciò che rende il modello dei derivati emotivi uno strumento di lettura dei cicli politici piuttosto che di un singolo episodio.
Esempi dal mondo
La storia politica recente rende osservabile questa dinamica ciclica in diversi contesti. Negli Stati Uniti la sequenza Obama-Trump-Biden-Trump è leggibile come una successione di derivati emotivi in cui ogni emissione nasce dal collasso o dall’esaurimento della precedente.
La promessa di cambiamento e inclusione del 2008 ha raccolto il consenso di una base frustrata da due mandati Bush e da una crisi finanziaria devastante, quel consenso ha reso possibili operazioni come la riforma sanitaria e il riallineamento diplomatico con Cuba e l’Iran, il rendimento emotivo di quella promessa si è progressivamente ridotto man mano che una parte della popolazione percepiva i costi di quei cambiamenti senza percepirne i benefici, generando la domanda di copertura emotiva di segno opposto che MAGA ha intercettato nel 2016. Il secondo mandato Trump nel 2024 è a sua volta il prodotto del percepito esaurimento della promessa Biden, in una catena dove ogni anello nasce dallo stress o dal collasso del precedente.
In Europa la dinamica è visibile nella sequenza tra la retorica europeista del periodo pre-2008, costruita sulla promessa di prosperità condivisa attraverso l’integrazione e l’ascesa dei movimenti sovranisti ed euroscettici dopo che la crisi del debito e le politiche di austerità hanno fatto collassare quella promessa per ampie fasce di popolazione che ne avevano pagato i costi senza riceverne il rendimento atteso. I movimenti sovranisti hanno a loro volta emesso derivati emotivi propri, promettendo protezione attraverso il ritorno alla sovranità nazionale, e alcuni di questi derivati sono già entrati in fase di stress, come nel caso della Brexit il cui rendimento emotivo iniziale si è progressivamente confrontato con costi economici interni sempre più visibili.
In America Latina il ciclo è ancora più rapido e osservabile, con l’alternanza ricorrente tra leader che promettono giustizia sociale attraverso la redistribuzione e leader che promettono ordine e crescita attraverso la liberalizzazione, dove ogni fase nasce dalla delusione prodotta dalla precedente e genera a sua volta le condizioni per la successiva inversione, in una oscillazione che il modello dei derivati emotivi legge come un mercato in cui la domanda di copertura non si esaurisce mai perché l’emozione sottostante resta strutturalmente inevasa.
Un focus sull’Italia
Il caso italiano è probabilmente il più ricco di esempi di questa dinamica ciclica perché la velocità di consumo dei derivati emotivi nel sistema politico italiano è storicamente superiore a quella di qualsiasi altra democrazia occidentale, con cicli che in altri paesi durano decenni e che in Italia si completano nel giro di pochi anni.
La sequenza è leggibile a partire dal collasso del sistema dei partiti nel 1992-1994, quando Tangentopoli ha prodotto il default simultaneo di tutti i derivati emotivi emessi dalla Prima Repubblica, la promessa democristiana di stabilità moderata, la promessa socialista di modernizzazione, la promessa comunista di alternativa sistemica, tutte esaurite insieme sotto il peso di una crisi di credibilità che ha lasciato l’elettorato italiano privo di qualsiasi copertura e quindi disponibile in modo massiccio per la prima nuova emissione credibile.
Silvio Berlusconi ha intercettato quella domanda confezionando una promessa costruita intorno alla percezione di vuoto politico e alla frustrazione di una classe media che si sentiva priva di rappresentanza, convertendo il consenso raccolto in capacità operativa che ha prodotto tra le altre cose una ridefinizione normativa del conflitto di interessi e della disciplina giudiziaria, un riallineamento della politica estera italiana e una riconfigurazione del rapporto tra potere economico e potere politico, tutte operazioni il cui costo politico interno è rimasto coperto dal derivato emotivo finché la promessa berlusconiana ha mantenuto il suo rendimento percepito presso la base che l’aveva sottoscritta.
L’esaurimento progressivo di quella promessa, accelerato dalla crisi finanziaria del 2011 e dalla percezione diffusa che il rendimento atteso si fosse trasformato in stagnazione, ha generato la domanda per un nuovo derivato che il Movimento 5 Stelle ha intercettato con una promessa di segno radicalmente diverso, costruita intorno alla rabbia verso la classe politica nel suo complesso e all’aspettativa di una partecipazione diretta che avrebbe ridotto la distanza tra cittadini e istituzioni. Il consenso raccolto dal M5S nel 2018 ha raggiunto livelli sufficienti a entrare al governo e compiere operazioni come il reddito di cittadinanza, una misura il cui percorso è stato successivamente ridimensionato e infine interrotto dal governo seguente nel momento in cui il rendimento emotivo della promessa che l’aveva resa possibile si era già significativamente ridotto insieme ai consensi.
La Lega di Matteo Salvini ha operato nello stesso periodo con un derivato emotivo parallelo costruito su un sottostante diverso, la percezione di insicurezza legata ai flussi migratori, convertendo il consenso raccolto in operazioni come la chiusura dei porti e i decreti sicurezza il cui costo in termini di relazioni europee e di coerenza giuridica è ricaduto prevalentemente all’esterno del perimetro della base che aveva sottoscritto il derivato, fino alla fase di stress in cui la distanza tra la promessa di risoluzione e la permanenza strutturale del fenomeno migratorio ha progressivamente ridotto il rendimento emotivo percepito.
Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni hanno a loro volta intercettato la domanda generata dall’esaurimento simultaneo dei derivati M5S e Lega, costruendo una promessa che combina elementi di rassicurazione identitaria con una retorica di solidità governativa, un derivato emotivo la cui fase di rendimento è in corso al momento in cui si scrive e che il modello permette di osservare nella sua evoluzione applicando le stesse categorie di analisi utilizzate per i casi precedenti.
La frequenza con cui il sistema politico italiano genera, consuma e sostituisce derivati emotivi è riconducibile a una combinazione di fattori strutturali, un sistema mediatico che amplifica rapidamente sia il rendimento percepito sia il costo percepito delle promesse politiche, un sistema istituzionale che facilita il ricambio delle controparti rispetto ai sistemi bipartitici anglosassoni dove le opzioni disponibili sono limitate, un elettorato la cui esperienza storica di promesse mancate ha reso la fase di stress mediamente più breve rispetto ad altri contesti nazionali.
Il derivato emotivo come strumento di analisi
Il modello che emerge dall’osservazione del caso americano e dalla sua applicazione ai cicli politici europei e italiani propone una grammatica comune per fenomeni che vengono abitualmente analizzati con strumenti separati, la scienza politica per il consenso elettorale, l’economia comportamentale per le distorsioni nelle decisioni collettive, la sociologia per la costruzione sociale del rischio, le relazioni internazionali per le conseguenze geopolitiche. Il derivato emotivo attraversa tutti questi ambiti perché descrive un meccanismo che opera simultaneamente sul piano psicologico, politico, economico e sociale, e che proprio per questa trasversalità sfugge alle lenti disciplinari tradizionali quando vengono applicate singolarmente.
Il valore dello strumento sta nella possibilità di applicare la stessa struttura analitica indipendentemente dalla direzione politica della promessa osservata, dal contesto nazionale e dal periodo storico, riconoscendo lo stesso meccanismo in una promessa progressista e in una conservatrice, in un ciclo europeo e in uno latinoamericano, in una dinamica degli anni novanta e in una degli anni venti, il che permette confronti tra fenomeni che le analisi tradizionali trattano come irrelati.
Il modello ha dei limiti che vanno dichiarati con la stessa chiarezza con cui se ne dichiara il potenziale. Opera per analogia con i mercati finanziari e l’analogia, per quanto funzionale, resta una scelta interpretativa che illumina alcune dimensioni del fenomeno e ne oscura altre. Le variabili in gioco sono grandezze difficili da misurare con precisione e richiedono indicatori proxy la cui calibrazione è difficile da costruire con dati obiettivi e matematici. La struttura ricorrente del meccanismo garantisce, però, la riconoscibilità a posteriori senza garantire la capacità di prevederne l’evoluzione a priori, il che lo colloca nel territorio dei framework interpretativi piuttosto che delle teorie predittive in senso stretto, una collocazione coerente con lo stadio attuale della proposta e con il lavoro che questo osservatorio intende sviluppare nei prossimi mesi attraverso la sua applicazione sistematica all’analisi dei fenomeni contemporanei.
Glossario
Asset emotivo: capitale politico generato dalla sottoscrizione collettiva di una promessa, che l’emittente può convertire in capacità operativa reale per compiere azioni con costi concreti.
Base di sottoscrizione: l’insieme dei soggetti che aderiscono alla promessa emotiva cedendo consenso, fiducia e delega politica in cambio di un rendimento emotivo percepito.
Cartolarizzazione: operazione finanziaria con cui crediti futuri vengono impacchettati in titoli negoziabili e ceduti al mercato, trasferendo il rischio verso soggetti sempre più lontani dall’origine fino a rendere impossibile attribuire con precisione la responsabilità delle perdite.
Collasso del derivato: il cedimento improvviso della credibilità di un derivato emotivo, che si verifica quando la distanza tra il costo percepito internamente e il rendimento emotivo della promessa supera la soglia di tolleranza della base.
Confezionatura della promessa: il passaggio in cui un attore politico, economico o mediatico trasforma un’emozione collettiva dispersa in una promessa comunicabile dotata di causa identificabile, colpevole, traiettoria temporale e prospettiva di inversione.
Derivato emotivo: promessa politica che trasforma la paura o la frustrazione collettiva in potere d’azione per chi la emette, con una struttura analoga a quella dei derivati finanziari.
Emittente: il soggetto che confeziona e distribuisce il derivato emotivo, raccogliendo consenso e convertendolo in capacità operativa.
Euroscetticismo: posizione politica e culturale che mette in discussione i vantaggi dell’integrazione europea, dalla cessione di sovranità alla moneta unica fino alle politiche di austerità.
Indicatore proxy: grandezza misurabile utilizzata come approssimazione di una variabile latente del modello, come la fiducia istituzionale, il sentiment mediatico o i tassi di risparmio precauzionale in quanto approssimazioni dell’ansia collettiva.
Lock-in emotivo: la condizione in cui il costo di abbandonare un derivato emotivo supera il costo di mantenerlo, rendendo la posizione del sottoscrittore progressivamente più rigida ad ogni operazione successiva dell’emittente.
Movimenti sovranisti: aggregazioni politiche che costruiscono la propria promessa intorno al recupero della sovranità nazionale, intesa come capacità dello Stato di decidere autonomamente sottraendosi ai vincoli delle istituzioni sovranazionali, e che in Europa hanno intercettato la domanda di copertura generata dal collasso della promessa europeista dopo la crisi del debito e le politiche di austerità.
Rendimento emotivo: il beneficio percepito dal sottoscrittore del derivato, tipicamente la sensazione che qualcuno stia agendo per risolvere la condizione di disagio che aveva generato la domanda originaria.
Politiche di austerità: misure economiche orientate alla riduzione della spesa pubblica e al contenimento del deficit, imposte tipicamente da istituzioni sovranazionali come condizione per l’accesso a fondi di salvataggio.
Rolling: nella finanza dei derivati il rinnovo di un contratto a una nuova scadenza, nel contesto dei derivati emotivi la rinegoziazione implicita della promessa originaria con una nuova promessa di orizzonte più ampio o contenuto diverso che permette all’emittente di mantenere agganciata la base.
Sottoscrizione collettiva: il momento in cui una massa sufficiente di persone accetta la promessa e cede in cambio consenso, fiducia, delega politica e semplificazione del proprio giudizio critico.
Sunk cost fallacy: distorsione cognitiva per cui un soggetto continua a mantenere una posizione perché ha già sostenuto costi per essa, e che nel contesto dei derivati emotivi opera con particolare intensità perché i costi comprendono componenti identitarie e relazionali oltre che materiali.
